
CINEMANIACI PERCHE’…
Cinemania: come sempre da decenni, la tv ci propina quello che vuole. Voglio un posto dove scrivere ciò che mi piace, parlare di Film (ovviamente) e credo che dopo tutto, avendo un’ampia scelta di piattaforme on demand, sia un ottimo luogo dove “depositare” tutti quei commenti idioti che mi escono durante la visione, le mie impressioni, i miei commenti; un posto dove il cinema non finisce coi titoli di coda.
La verità è che non scriverò solo di cinema. Ho aperto questo blog perché mi sentivo imprigionata e volevo evadere, non che non sia un’amante del cinema, o meglio lo sono ma è il luogo in cui posso fantasticare su quella storia dove il mio desiderio più grande sarebbe stato esserne protagonista. Lo so, la favola disney e le principesse delle relazioni fiabesche, ridicolo vero?
La mia vita non è mai stata facile, ecco il punto.
Sono qui, e sono io sostanzialmente, ma non lo so chi sono diventata; sono il prodotto di dolore, delusioni, cattiveria e malattia. Sono seduta sul divano, penso al fiume in piena dentro la mia testa e cerco di sforzarmi di ricordare il nome di questo fiume; non cercherò nei meandri della mia mente, la mia mente, che brutti scherzi che fa a volte. Non so come sono arrivata fino a qui, o meglio: non so in che condizioni ci sono arrivata. Sono stata talmente tante persone che non so più nemmeno chi io sia, né cosa voglio o se quello che ho lo volevo davvero, né cosa mi riserva quel futuro che mi rimane. Non conosco la portata dei miei sentimenti, né se ne abbia mai davvero preso coscienza.
Non mi sono mai sentita normale, sono sempre stata strana, forse il motivo è sempre stata la consapevolezza di questo. Nessuno che abbia mai conosciuto mi somigliava, non mi sono mai affezionata abbastanza da indagare, quasi tutte le relazioni che ho avuto dopo il 1995 le ho vissute con superficialità; non sono mai davvero voluta cambiare per nessuno, non sono nemmeno sicura di aver mai davvero voluto qualcuno vicino da allora, così ho sempre respinto tutti e non so nemmeno quando sia iniziato, o per meglio dire: lo so questo, ma ci arriverò per gradi.
Ci sono molti traumi che nascondo dentro di me, molte delle vite che ho vissuto le internavo, per compiacere, per compiacermi, per risultare diversa agli occhi di ogni ignaro spettatore delle mie arrabbiature e del mio dolore; semplicemente nessuno da molto tempo suscita abbastanza il mio interesse da meritare la mia storia, la mia vera storia quella per pochi eletti.
MI sono raccontata bugie accomodanti per evitare di soffrire, solo menzogne per me stessa; per allontanare quel dolore da un cuore già rovinato.
Le cose che non dico: le mie sofferenze, le mie malattie, le mie prigioni. Fa molto Silio Pellico vero? Eppure io lo capisco…prigioniero del proprio corpo e della propria mente,
La mia prima vita fu il principio per cui: cominciamo dal principio: non era il verbo ma, il verso. Quel verso che fanno tutti i neonati io non l’ho emesso; sono nata in asfissia perinatale a seguito di un’encefalopatia ipossico ischemica e clinicamente senza vita: la mia prima morte.
Durante il travaglio di mia madre, sofferto soprattutto per mancanza di sopportazione del dolore, ma anche a causa di un farmaco chiamato: “vasosuprina” somministratole per sei mesi antecedenti, ho sviluppato una coagulopatia intravascolare disseminata che seppur presa in tempo con intervento di trasfusione feto-fetale con mio padre per 5 ore e 40 minuti, anche a causa di tutto il liquido amniotico ingerito durante le 37 ore di travaglio, ha lasciato dietro di sé uno strascico di danni di cui ancora oggi sopporto il peso. Molte furono le colpe, sta di fatto che le sto pagando tutte io, o quasi: l’ostetrica morì di parto ed il medico che si rifiutò di aiutare mia madre con un cesareo morì investito da un’ambulanza, chiamiamolo karma.
Come accennato, mia madre è stata sottoposta ad una cura di isossisuprina, indicata nel trattamento della minaccia di parto pretermine e della minaccia di aborto, che andrebbe interrotta almeno un mese prima della data presunta del parto, in quanto può inibire la naturale dilatazione e l’istinto delle contrazioni causando appunto parti difficili come quello che ho subìto io; ma il ginecologo che somministrò a mia madre quel farmaco non fu l’unico responsabile: l’ostetrica per tirarmi fuori credendo che ormai non ci fosse più nulla da fare, essendo ormai cianotica, mi lesionò il nervo soprascapolare, il nervo muscolocutaneo e il nervo ascellare facendo forza sul collo e tirando senza criterio. Questo mi ha causato danni di origine neurologica all’arto superiore sinistro: parziale paralisi alla quinta e sesta radice cervicale di Erb-Duchenne per l’esattezza: comporta deformità della mano “ad artiglio” per la paralisi dei muscoli estrinseci. Normalmente un bambino non riesce a chiudere ed aprire le dita, più raro è un interessamento più esteso (paralisi ostetrica di tipo totale) quando è coinvolto tutto il plesso brachiale: ne consegue una paralisi motoria e sensitiva completa e diciamo che a me è andata sufficientemente bene: io apro e chiudo la mano, non alzo il braccio e causa dolore cronico alla zona scapolare, al plesso cervicale, al trapezio, che è sempre contratto 24 ore su 24, 365 giorni l’anno; è estesa alla mimica facciale, della deglutizione e della parola causando disfagia, dislessia, afasia e disartria; motivo per il quale ho fatto esercizi di dizione e sciogli lingua fin dalle prime parole, fisioterapia fin dalla nascita e all’occorrenza massaggi e Riqualificazione Posturale Globale per intervenire in prevenzione dell’ingobbimento e della conseguente atrofia muscolare e nervosa.
Ho l’asma, artrite reumatoide, fenomeno di Raynaud, psoriasi cutanea ed ossea diffusa, una fibrillazione atriale causata dal restringimento della gabbia toracica (conseguenze della paralisi e dello stress a cui è sottoposto il cuore che viene spostato al centro del torace) tutto questo normalmente causa depressione, onestamente non so nemmeno io quale sia il mio stato attuale a riguardo ma ci arriveremo per gradi al perché oltre che per questi motivi.
Sono cresciuta con una madre assente, apatica e amante del transfert emotivo, il suo sport preferito era dare a me e alla mia condizione la colpa di tutto ciò di cui non si assumeva la responsabilità di ciò che ha comportato durante il parto ma pure dopo, quando ha deliberatamente smesso di collaborare, come si evince dalla cartella clinica. Smise di portarmi a fare fisioterapia perché le scocciava fare avanti e indietro dal Niguarda dicendo che non serviva a nulla mentre io ricevevo benefici non di poco conto. Non ha mai mostrato affetto, le sue carezze erano gli schiaffi che mi dava se non facevo silenzio, quello che mi diceva di fare, se non sistemavo al posto suo e se mi azzardavo a farle notare che era disordinata (a causa sua ho sviluppato vari D.O.C.: ordine, profumo e pulizia); non mi ha mai detto in vita sua quel “ti voglio bene” che tutti i bambini si aspettano dai genitori, un abbraccio consolatorio, una giornata al parco, spesso e volentieri si addormentava nel pomeriggio perché passava la nottata a giocare a carte e se combinavamo qualcosa perché lei ovviamente non ci supervisionava, la colpa era mia e di mia sorella e prendevamo un sacco di mazzate.
Mio padre era il mio eroe, sapeva tante cose e io assorbivo ogni parola e ne ho sempre fatto tesoro, ero il suo maschio mancato: mi portava sui go-kart, a Monza a vedere le gare, in moto a scuola, mi insegnava come funziona un motore, i cilindri, le valvole, i filtri, la combustione, la carburazione, le marce, i cc del motore in relazione alla potenza e alla turbina, amavo ogni minuto con mio padre perché nonostante la sua assenza settimanale riusciva a riempire di qualità il suo tempo con me.
A casa nostra ogni fine settimana si riunivano gli amici dei miei genitori: avevano una bella comitiva di persone a fianco.
Mia zia: era una donna che amava molto le etichette, le buone maniere, l’educazione e l’educazione dolce; l’esatto opposto di mia madre. Le rammaricava spesso e volentieri il suo modo di fare con noi e le sue sberle facili, con lei era tutta un’altra musica la vita. Passavamo con lei ogni estate sul lago Maggiore e per quanto ci sforzassimo di non farla esasperare dal suo canto era sempre preoccupata per tutto quello che poteva succederci, una sorta di ansia premonitoria. Era un angelo che vagava sulla terra.
Il suo compagno di una vita: non ho mai avuto il coraggio di chiamarlo Zio; ma di fatto era questo per noi. Era un pozzo di scienza e ingegneria e non mi stancavo mai di ascoltarlo parlare. Un maestro di dosaggio del bastone e della carota: a differenza di mia madre lui usava il silenzio punitivo, molto più doloroso ma efficace, non durava molto ma al contempo ho imparato ad apprezzare il valore delle persone. Visto con gli occhi di una bambina sembrava una sfida, oggi direi ignoranza, ma tant’è: non era molto esperto in genitorialità ed improvvisava.
Avevo anche due zii da parte di mio padre ma li conobbi molto più tardi a 18 anni compiuti, quando una sera mi telefonarono dicendo di volermi conoscere.
Conobbi le mie cugine “a rate” negli anni 90 conobbi tre di loro in una mattinata in bicicletta nelle campagne dietro casa che collegano i due paesi in cui abitavamo ad una distanza troppo ridicola per non farlo poi nel corso degli anni a venire.
L’ultima la conobbi dopo 5 o 6 anni quando tornò in Italia dopo aver vissuto per anni in Paraguay. Rimase con noi circa una settimana con il figlio di 2 anni che io adoravo: credo fu la prima volta che mi resi conto di volere dei figli, anche se inconsciamente credo che cercassi l’amore incondizionato.
Avevo anche un altro zio ma l’avrò visto sì e no 3 volte e non veniva spesso. Ho anche 3 cugini da parte sua, li conobbi da bambina a casa di un’altra Zia, la quale aveva una figlia problematica che si stabilì a casa nostra per mesi a disintossicarsi, ma non funzionò a lungo perché verso la fine degli anni 90 so che venne arrestata.
La migliore era la madrina di mia sorella, capitata per caso nel frangente di ruolo al suo battesimo (doveva essere mia Zia ma arrivò in ritardo). Io non fui battezzata e tutt’ora non lo sono. Lei era quella persona che o la odi o la ami, e io l’amavo alla follia. Era dolce e severa in modo eccezionale, giusta in tutto, adoravo stare con lei e mi manca moltissimo.
Sua sorella aveva una figlia, il marito non me lo ricordo, credo morì quando ero troppo piccola per farlo.
La figlia veniva da noi col suo fidanzato ed io ebbi la faccia di culo di chiedergli un bacio, ma non un bacio qualunque: un bacio come li dava a lei (con la lingua).
Tra gli amici c’era anche un collega/collaboratore di mio padre, amava la fotografia (forse geometra ma non ricordo male) adorava tenermi in braccio e mi insegnò a giocare a poker, ma soprattutto a bluffare.
Un altro dei loro amici LO ODIAVO A MORTE e non è cambiato nulla da allora. Avevo paura di lui, aveva questa schifosa abitudine di abbracciarmi e baciarmi a tutti i costi e a me faceva schifo, cercavo sempre di stargli lontana.
Quel poco che ricordo di un altro di loro era la sua barba pungente e i suoi occhiali degradé da vista, il resto l’ho rimosso, morì d’infarto verso la fine degli anni 80.
Di un’altra loro amica mi è sempre piaciuto il nome, lei molto meno. Non la ricordo con piacere, si atteggia sempre a gran signora ed esperta tuttologa ma sostanzialmente è abbastanza ignorante.
Poi c’era la baby-sitter di mia sorella fin da quando era una ragazzina, pensava sempre e solo ai cazzi da prendere. Ad un cero punto sposò un piccolo cocainomane dai lineamenti alla Denny De Vito, ed il giorno delle loro nozze posava nuda per il fotografo del matrimonio.
Avevamo dei vicini spettacolari: abitavano di fronte a noi, erano di Avellino e vivevano a Milano da molto tempo e spesso si riunivano alle rimpatriate a casa.
Il capo famiglia: il tipico maschio Campano con moglie accondiscendente. Non ricordo che lavoro facesse.
Sua moglie: di lei ricordo tutti particolari che la rendevano una madre, una moglie devota e una casalinga eccezionale. Ogni giorno si alzava alle 5 del mattino per preparare la moka tipica napoletana al marito, ne avanzava sempre e lei lo congelava all’interno di una bottiglia di salsa di pomodoro lavata e faceva la granita di caffè, se prima non arrivavo io a rubarlo dalla tazza dell’avanzo. Ogni mattina andavo da lei a berlo: nero e senza zucchero. La guardavo fare i maccheroni, le orecchiette e altra pasta su quella tavola di legno ormai usurata dal lavoro di impasto. La ammiravo passare la lucidatrice e le pulizie con una precisione certosina e maniacale, mia madre non l’ho mai vista pulire casa se non a Natale, ma soprattutto a differenza di mia madre, Maria sapeva cucinare da dio.
Avevano due figli, lei era un po’ la mia baby-sitter, ricordo i suoi peli pungenti quando mi sedeva sulle sue ginocchia in estate.
Lui invece era più un compagno di giochi, ricordo che una volta mi disse che le mie ciliegie avevano il verme e se le mangiò tutte, facevamo incidenti con le macchinine sul ballatoio dove io scendevo di culo dalla scala che dava sul solaio con mia sorella.
Mia sorella, se così si può chiamare. Lei non prese mai bene il mio arrivo, Fu gelosa dal principio, in qualche occasione provò anche ad uccidermi. Quando nacqui venne mandata un po’ da mia nonna e un po’ dalla baby sitter. Non riuscendo ad incolpare i miei genitori io fui il suo capro espiatorio sempre e comunque, anche dopo la loro morte. Tendenzialmente ama stare al centro dell’attenzione e altolocarsi credo a causa del distacco dai miei o per una sua guerra personale, onestamente non lo so ed arrivata a questo punto nemmeno mi interessa. Da ragazzina avrei fatto di tutto per avere la sua attenzione, ora non me ne frega niente di quello che pensa.
Fin dalla tenera età ho capito che non sarei mai stata come gli altri: li vedevo muoversi come soavi farfalle rispetto a me che ero impacciata e scoordinata, d’altro canto però non vedevo un’intelligenza significativa in molti di loro, nessun pensiero critico nei riguardi della diversità albergava nelle loro menti. Forse questo è stato il mio primo approccio alla gente comune: non erano abbastanza intelligenti o lontanamente stimolanti nei loro limiti intellettuali. Non riuscivo, per quanto provassi a rapportarmi con loro: li reputavo troppo ignoranti in materia per me.
Alle elementari non legai granché con la maggior parte dei miei coetanei. Venivo vista come una bambina difettosa anche dalle maestre e spesso mi mettevo in disparte.
Fui catapultata in un mondo del tutto nuovo: la sera precedente ero entusiasta mentre preparavo la cartella in previsione del fatidico primo giorno di scuola. Scoprii ben presto che il mio entusiasmo fu mal riposto.
Mi ritrovai in campagna, in un ambiente scarsamente organizzato per quanto riguardava la sordità e la disabilità; in un contesto di persone che non prendevano in considerazione che una bambina mancina di nascita ma con un problema di paralisi di Erb-Duchenne potesse scrivere con la mano sinistra e mi corressero decidendo per il destrorso nemmeno fosse un forestierismo.
In seconda elementare gli studenti residenti del quartiere vennero fatti spostare alla scuola di Via Papa Giovanni Paolo I. Li incontrai Francesca: la prima persona che conobbi che aveva ben presente cosa potesse voler dire prendere botte dalla mattina alla sera dalla madre. Ben presto la cosa che più ci accomunava ci rese amiche per esperienza diretta. Molte delle persone che conoscevamo non avevano mai subito i nostri stessi abusi e non avevano idea di cosa significasse, se mai avessimo raccontato loro quanto ci succedeva a casa, non avrebbero mai capito. Loro non erano come noi, non tutti per lo meno.
Cambiai scuola dopo la terza elementare (che passai gran parte assente) e capitai nella classe della migliore maestra che avessi mai avuto, a lei devo tutto. Maria Reino aveva una passione innata e viscerale nell’insegnamento: noi eravamo i suoi bambini e lei ci trattava come fossimo suoi figli. La amavo. Aveva un modo di farti entrare le cose in testa che ancor oggi rimangono indelebili. Mi manca tantissimo.
Ci sono state pochissime persone della mia età con cui mi sono sentita a mio agio nel corso della vita; coloro che in qualche modo comprendevano: la prima tra questi Silvia.
Era una compagna di classe dalla prima alla terza media, sentivo una sintonia eccezionale; eccome se la sentivo! Si può dire che eravamo in simbiosi caratterialmente, come piace dire a me: lo “sticazzismo” in persona. Sebbene tutto quello che comportava essere me avrebbe dovuto causarmi depressione con lei dimenticavo chi ero e diventavo una nuova persona: una ragazzina spensierata e amante della vita, cosa che normalmente non ero.
La mia primissima amica del cuore, ancora oggi siamo in contatto, una di quelle amicizie che non avrà mai fine.
Avevo altre compagne a quell’epoca con cui non andavo d’accordo eccetto lei e un po’ con Catia ma non come con lei.
Le altre erano odiose e a tratti bastarde, quelle per cui le madri richiedevano compiti extra per casa (poverine) poiché non so ancora oggi a che titolo, pensavo solamente a quanto le detestavo, ragione per cui approvavo che stessero ripiegate sui libri quando invece io uscivo a divertirmi. Ho sempre pensato che per studiare ci fosse sempre tempo nel resto della mia vita ed infatti ad oggi non ho ancora smesso.
C’era la temibile zoccolina col complesso dell’adultismo: una ragazzina pel di carota che mirava alla conquista del maschio medio, così come le altre ma non me ne fregava un fico secco fino al giorno in cui mi ha invitata a casa sua dove trovai anche un nostro compagno di classe, quello che lei definiva “il ripetente” ad attendermi, quel pomeriggio lo passai arrossendo di continuo perché a me lui piaceva. Con mia grande sorpresa scoprii di essere ricambiata. Credo fu il momento cruciale in cui cominciai ad abbattere le mie insicurezze nei confronti del mio aspetto che fino a quel preciso momento non reputavo all’altezza delle altre mie compagne. Quanto mi sbagliavo, ora lo so, almeno questo lo appurai anche nel tempo.
C’era la gigante: era una bonacciona ed è tutto ciò che ricordo di lei.
La pianista: timida e studiosa a differenza delle altre due dedite allo studio anche intelligente, ma soprattutto umana.
Una ragazza che era in classe con me anche in prima elementare, quando un giorno decisi che invece di prendere il pullman per tornare a casa dovevo andare a casa sua. Credo di aver fatto infartare mia madre. Me la sono ritrovata alle medie, ma non la cagavo più manco di striscio.
La bambinona forzuta e a tratti prepotente, non so bene che razza di rapporto ebbi con lei, ma mi difese in molte occasioni, io lasciavo stare lei e lei lasciava stare me.
I maschi d’altro canto per me erano dei compagni di gioco di gran lunga migliori del popolo femminile che ritenevo troppo intento alla competizione tra loro.
Ad oggi ho più amici di sesso maschile che femminile.
In seconda media ci ritrovammo a fare quello che allora si chiamava Educazione Fisica (ginnastica) con una prima dell’altra sezione. C’era un certo Andrea che durante le pause in panchina mi chiese se volessi essere la sua ragazza. Mi piaceva perché somigliava ad Ayrton Senna, in realtà però ancora non capivo bene a cosa servisse, ma dissi di sì. Credo che la cosa scemò da sola.
Il mio primissimo amore fu il fico della classe. Era il tipico ragazzino ribelle che strascicava una lunga serie di punizioni corporali come le mie, a differenza di me che tenevo tutto dentro e mi chiudevo a riccio, lui esaltava il suo carattere da maschio alfa, il più delle volte deridendo e sfottendo il prossimo. Lo fece anche con me per un gran periodo; smise appena capì che le donne servivano a qualcosa di più che come capro espiatorio delle proprie nefandezze ilari.
La prima persona a piacermi davvero, ma non fui ricambiata per molto tempo.
Nel frattempo, durante l’estate del 1993 tra la seconda e la terza media mi ero invaghita di un certo Alessandro che proveniva da un gruppo di ragazzi più grandi di noi. Girava con i famosi Gemelli di cui io non avevo mai sentito parlare ma che la nostra vicina li esaltava e idolatrava. Ma era talmente coglione che mi passò subito la smania. Gli scrissi anche una lettera.
Nei corridoi della scuola in una mattinata di ottobre, durante una punizione in corridoio da parte del Professore di turno, incontrai il terzetto folle (come li chiamavo io) uno di loro fu quello che proverbialmente si chiama il colpo di fulmine.
Da lui ebbi un bacio a stampo seduti sul bordo di un muretto che portava nelle piazzette di Via Papa Giovanni Paolo I, combinato ad arte da un’altra stronza (una tipica ragazza popolare) che gli aveva promesso qualcosa in cambio di quel bacio se mai melo avesse dato. Non ho mai saputo cosa. Ora sono entrambi sposati con altre persone, ma rimase nel mio tormento amoroso ancora per un po’, ero proprio una cogliona.
Ci fu in quel periodo l’arrivo un ragazzo Sardo figlio della nuova compagna del mio vicino vedovo. Lo vedevo come un alieno pervenuto da un altro pianeta, (ancora non avevo una gran percezione della geografia) e fu il periodo in cui fingevo di avere il ciclo, le mie compagne lo avevano e io mi vergognavo ad essere l’unica a non aver ancora avuto il mio menarca. Su di lui mise le grinfie una mia compagna di classe.
Ci trovammo io e il belloccio di classe con lo stronzo del villaggio a casa sua pochi mesi più tardi, il giorno in cui quest’ultimo mi confessò di provare attrazione nei miei confronti, non che non lo avessi capito da una sua frecciatina: “è troppo una figata il tuo ciuffo ricciolo” avevo mangiato la foglia, l’albero e le radici.
In quel pomeriggio in particolare diedi il mio primo bacio: allo stronzo, mentre l’altro ci guardava facendosi le seghe nel letto. Pensai che avrebbe dovuto essere sensazionale e non lo schifo che fu.
Non è stato il più dolce approccio alla prima fase della sessualità ma tant’è che questo è ciò che accadde in terza media.
Non baciai più nessuno.
Ricordo che fu in quel periodo che qualcuno mi tirò giù la gonna di jeans nei corridoi di scuola durante l’intervallo, rimasi chiusa delle ore in bagno dalla vergogna. Fu uno dei migliori amici che abbia mai avuto a tirarmi fuori da lì. La nostra amicizia durò moltissimi anni, purtroppo però le nostre strade si divisero dalle sue abitudini nel tempo, ma a volte mi manca parlare con lui. (Ricordo che la sera dell’undici luglio 1998 mi riaccompagnò a casa con lo scooter e lo baciai sotto la pioggia, dopo tanti anni di amicizia capii che non poteva essere che mio amico. Poco dopo scoprii anche il motivo, quando fece coming out.)
Il primo funerale che ho vissuto in prima persona fu quello del padre della mia amica, che poi divenne la mia migliore amica. Fu uno strazio, lei insieme a sua sorella ed ai fratelli con la loro mamma distrutti dal dolore fu la mia prima vera consapevolezza della morte.
Nel 1994 conobbi una ragazzina dolcissima: Sara. Scoprii solo nei mesi seguenti che era malata di leucemia, quando cominciò a perdere i capelli. Ammirava i miei, erano lunghi fin sotto al sedere, me li acconciava sempre quando andavo a casa sua, fino a che le dissi che glieli avrei regalati, d’accordo con la parrucchiera del paese le feci avere la parrucca con tutti i miei capelli che avevo tagliato acconciando un carré molto corto fin sotto le orecchie, fu sbalordita dal mio regalo e, sebbene le prudesse da morire, ogni volta che usciva per recarsi in ospedale indossava i miei capelli orgogliosa e sicura di sé. Morì qualche mese dopo Natale e fui triste per parecchi mesi, anche se da un lato, ero sollevata che le sue sofferenze fossero finalmente finite. Lei fu la mia prima perdita personale.
Nel 1995 incontravo spesso nel verde comune dietro casa LUI, usciva a fumare dal giardino di casa sua e mi osservava mentre passeggiavo e giocavo con il cane. All’epoca avevamo un bastardino simil-volpino che spettava a me portare fuori. Sta di fatto che dopo sei o sette di questi incontri una sera decise di ricordarmi una figura di merda fatta con lui quando ero una bambina, dissi arrossendo che me la ricordavo e che avrei preferito dimenticarla, fu chiarissimo che reagissi a lui, e colsi l’occasione per ricordargli che nel frattempo ero cresciuta, e tanto anche. Disse che se ne era accorto e che quanto più si era reso conto di quanto fossi sbocciata da quando prendevo ripetizioni d’inglese da sua madre. Da quella sera divenne un appuntamento fisso e spesso sfociava in piccoli aperitivi improvvisati che portava fuori da casa a base di bibite e panini con tonno, insalata e pomodori sul prato verso la cancellata che dava sulla strada per il paese dietro al suo giardino. Ridevamo, scherzavamo, prendevamo in giro parecchia gente, parlavamo del più e del meno, delle nostre aspettative; erano davvero le mie prime conversazioni di qualità con qualcuno. Spesso lo sorprendevo quando mi lanciava degli sguardi amorevoli e pieni di desiderio, altre volte inquisitori davanti alle cazzate che ancora sparavo nel fiore della mia giovane età. Non risposi mai quando mi chiese quanti anni avessi all’epoca, chiudeva la mano e se la mordeva fingendo di essere arrabbiato, ho sempre avuto paura che mi avrebbe allontanata ma suppongo che poi lo abbia chiesto in famiglia. Lui aveva 18 anni io 15 appena fatti.
Ci fu un pomeriggio in particolare che non dimenticherò mai, un giorno nelle due settimane prima della sua partenza per il mare della Calabria, era la metà di giugno forse, erano le due o le tre del pomeriggio e faceva un caldo bestiale, io girovagavo in bicicletta quando mi fermò e mi chiese se volessi un ghiacciolo. Entrai in casa sua sudata ed accaldata dal sole cocente che scaldava l’asfalto in modo torrido; ci ritrovammo da soli in cucina a scartare un ghiacciolo, i suoi genitori erano usciti per le ultime commissioni, ricordo che scherzando mi chiese se non preferissi un panino col tonno; sembrava ormai conoscere i miei gusti meglio di me ed era una cosa che io apprezzavo molto. Mi invitò a salire in camera sua a prendere della musica, quella che mi aveva fatto conoscere nelle settimane precedenti, mentre lo seguivo al piano superiore sentivo quel tipico calore pervadere le mie guance e le fece arrossire, quando lo notò cercai di dissuaderlo e diedi distrattamente la colpa alle scale ed al fatto che il calore per fisica sale ed al piano di sopra faceva più caldo. Aprì le finestre del terrazzino e della sua stanza per far circolare l’aria e mentre passò di fianco a me per aprire la finestra in camera dei suoi genitori mi appoggiò il suo ghiacciolo sulla schiena per rinfrescarmi. Penso di aver rabbrividito senza rendermene conto, tanto che mi chiese se mi fosse venuto freddo; quando riposi che in realtà avevo ancora più caldo fu chiaro per entrambi cosa volessimo l’uno dall’altra. Non si limitò ad aprire la finestra ma chiuse le persiane agganciandole, si avvicinò a me e non cercò di spogliarmi, traspariva tutta l’educazione impartita da sua madre in lui, mi guardava immobile e in attesa; mi persi nei suoi occhi e mi diressi da lui abbandonandomi nel suo bacio come nell’acqua del mare, mi abbandonai al suo abbraccio come in balia delle onde, inspiravo il suo profumo e assaporavo le sue labbra come se fosse stata la salsedine in spiaggia. Fu un tripudio di sensazioni che mi pervasero fino a perdere completamente il controllo, nemmeno mi fermai per dire che sarebbe stata la mia prima volta, ero sopraffatta dall’emozione. Ogni suo tocco fu magico e travolgente, le sue carezze, i suoi splendidi occhi che incontravano i miei e il calore che emanavamo entrambi. Reagivo all’stante al tocco sue mani e sul mio corpo in una manciata di minuti gli effetti si videro prima sulla pelle poi sui seni: la pelle d’oca aveva reso i miei capezzoli più che evidenti, non avevo ancora l’abitudine di raccoglierli in un reggiseno e fu più che scontato il passo successivo; quando mi prese in braccio come una bambina e mi posò a sedere sul letto dei suoi genitori mi venne istintivo accingerlo a me dal bordo dei suoi jeans, presa dalla frenesia ed intenta a slacciarli il mio cuore impazzava all’idea di quello che stava per succedere ma non riuscivo a fermarmi a quel fervore, dovevo avere il mio momento e lo ebbi. Mentre mi baciava e mi accarezzava la gamba all’interno della coscia mi partì un gemito ed entrambi perdemmo il controllo della situazione, adoravo il suo corpo ed adoravamo giocare a mordicchiarci dolcemente sulla spalla, il corpo, le labbra e quando seminudi mi penetrò sentii tutto il calore avvolgermi e i brividi correre lungo la mia schiena, mi muovevo con lui in modo simbiotico come se i nostri corpi fossero fatti apposta per incastrarsi perfettamente l’uno all’altro, mi tenne stretto a se per 20 minuti e si muoveva sopra di me come una danza, la sensazione di sciogliermi mi raggiunse in un attimo e visto che non avevamo precauzioni, sul punto di venire mi sussurrò all’orecchio: “mi dispiace piccola ma devo uscire” – il suo liquido caldo mi schizzò sul ventre e io mi alzai a guardarlo negli occhi: tremava e aveva il respiro affannoso. Pensai – Dio mio quanto sei bello! SI alzò e corse a prendere della carta per pulirmi pensando chi mi facesse schifo, mi passò sulla pancia la carta e poi mi baciò, io scattai in avanti a bocca aperta in evidente stato di piacere, fu anche più bello di quello che era appena successo: non avevo idea di come potesse essere un orgasmo fino a che non lo sentii arrivare sotto il suo bacio, il suo respiro ancora affannato fece da carburante alla sensazione e mi infuocò il ventre, mi contorcevo e gemevo e lui mi guardava orgoglioso di sé. Purtroppo, l’arrivo di suo fratello interruppe tutto. Ci rivestimmo in fretta e furia, io ancora in preda all’affanno e inebriata rimasi di sopra e mi nascosi; lui scese ridendo e con una scusa banale lo tenne fuori dai radar, mentre io scesi ed uscii dal giardino ridendo da cretina e ripensando con un sorriso ebete a quello che era appena accaduto, fare i discoli al suo rientro fu probabilmente l’ennesima emozione che accompagnò il momento, condendolo di ilarità nella mia fuga dai guai quasi in preda al panico. Una di quelle emozioni lascia dietro uno strascico di sensazioni che il suo profumo risvegliava anche dopo ore, mentre sdraiata nel prato mi sono ritrovata avvolta dalla situazione e analizzandola ho realizzato che la mia verginità era in un posto prezioso e al sicuro. Mi raggiunse uscendo dal portone di casa per sincerarsi che fosse tutto a posto, sorridevo come una cretina e la risposta gli venne da sola, mi sorrise, si chinò su di me e mi baciò tenendomi il mento, pensai che fosse la cosa più tenera che qualcuno avesse mai fatto con me. La settimana che venne fu tutta così: ci ritrovavamo a nasconderci ovunque anche solo mezz’ora a toccarci e baciarci, non importava il posto, ci attraevamo come calamite.
Venne il giorno della sua partenza per il mare, fu di buon’ora e non ebbi il tempo di salutarlo, ancora non avevo un cellulare ne potei scegliere di raggiungerlo per un ultimo saluto, un ultimo bacio. Ricordo solo che il vuoto che mi ha lasciato dopo averlo colmato d’amore si riempiva sempre più di tristezza.
Il giorno seguente appresi della sua morte e fu il pugnale che ferì per sempre il mio cuore.
Lo avevano portato nella chiesetta di paese, dovevo andare, dovevo vederlo. Varcai la soglia e mi lasciai andare alla disperazione. Il prete incaricato di dire messa mi sorprese e cercò di consolarmi, lo pregai di non dire a nessuno di avermi vista, volevo solo dirgli addio ma non ce la facevo.
Lui fu quanto più capii sull’amore, di come doveva essere e di quanto potesse essere prezioso. Diventò il metro con cui ho misurato tutti gli altri nel corso della mia vita. Fu davvero il mio primo grande amore, di quelli con la A maiuscola ed io l’avevo perduto, insieme alla mia fiducia negli uomini. Probabilmente questo fu il mio trauma più grande.
L’anno successivo persi mio zio dopo una lunga malattia, sebbene con l’insorgere dell’adolescenza lo frequentavo molto meno rispetto all’infanzia, ne subii il duro colpo. Per me era una colonna portante per sopportare tante ingiustizie e per non pensarci durante le sue “lezioni di vita” che mi riservava ed io, oltre a rimanerne incantata, assorbivo e carpivo ogni sua dispensa con orgoglio e ammirazione. Mi persi molto dopo la sua dipartita ma potevo contare ancora su un buon gruppo di persone ancora per molto tempo.
Qualche anno dopo morì mia cugina, lasciando il figlio ai genitori, per una malattia al fegato. Ci avevo legato ma non che fossimo così vicine, tanto più per quel ragazzino che si ritrovò senza genitori (mai saputo chi fosse il padre).
Persi molti amici verso la fine degli anni 90, tutti in incidenti stradali dopo le serate in discoteche varie, non li frequentavo ma li conoscevo, da una parte ero dispiaciuta, dall’altra li consideravo stragi delle pessime abitudini e della loro idea di divertimento totalmente diversa dalla mia. Non che ora la situazione sia diversa, ma mica per niente io sono ancora qua, se non mi piglia un infarto io in situazioni del genere non mi ci metto: mi deve andare proprio di sfiga.
Si è ben capito che la morte è l’unica cosa che mi piega, tutto il resto non mi tange. L’unico essere vivente al mondo capace di cambiare in modo repentino il mio stato d’animo è mio figlio, il resto: sticazzi.
Aprendo un’appendice lavorativa ci sono molti aspetti da considerare: ho iniziato presto a lavorare e me ne sono pentita subito dopo tornando a scuola.
Il mio primo lavoro non retribuito fu fare ciò che mia madre non faceva in casa, ovvero: passare l’aspirapolvere, sistemare e lavare il bagno, rifare i letti, lavare i piatti, apparecchiare, sparecchiare, pulire i mobili, le scale, le ringhiere, lavare i panni, stenderli e stirarli poi. Ovviamente dopo aver fatto i compiti e prima di uscire. Tutto perché, se avessimo voluto un minimo di pulizia in casa, ci saremmo dovuti arrangiare perché lei era troppo occupata a giocare con il game boy per farle…
Il mio primo lavoro retribuito rigorosamente in nero fu dalla nostra vicina che confezionava abiti per una casa di moda. Successivamente mi introdusse nel loro mondo proponendomi come modella part-time per 12 mesi, contratto rigorosamente a riscossione parentale dei quali introiti non ho mai visto un centesimo: se li spendeva tutti mia madre. A 18 anni appena compiuti mollai l’agenzia di moda.
Tornai a scuola, con quel poco che era rimasto mi dovevo pagare libri e quant’altro, al resto pensava mia zia perché figurati se quella stronza di mia madre avesse avanzato nulla dei soldi che dovevano essere miei.
A 19 anni trovai lavoro in una gelateria del paese limitrofo, dove il proprietario era un porco schifoso ma a me servivano soldi, l’obbiettivo era andarmene il prima possibile da quella casa.
A 20 anni conobbi un cliente della gelateria ed abitava a qualche metro di distanza dal negozio. Ogni giorno veniva a prendere un gelato da 3.000 lire al cocco, gli dava quattro morsi e poi lo buttava nel cestino in strada. Più tardi finito il turno lo ritrovavo correre sulla via del cimitero col suo amico Marco, mentre io tornavo in sella alla mia bicicletta verso casa. Spesso lo incontravo la sera, quando con la mia amica ci recavamo in un pub vicino alla gelateria. Un giorno decisi che era ora di conoscerlo, gli chiesi se venisse per me o per il gelato. Ero ancora una ragazzina ma molto impertinente. Purtroppo, venivo da una campana di vetro e presto mi resi conto sempre più di quanto la mia famiglia fosse sbagliata.
Mi fece conoscere praticamente tutti i suoi amici ad un matrimonio.
Insieme lavoravamo in una discoteca di Milano, era gestito da un ragazzo e suo padre, io stavo in guardaroba e nella sala mondo, lui gestiva la sicurezza. Si entrava dal retro, ma l’ingresso al pubblico sembrava un capannone industriale, seguiva il corridoio cassa a sinistra e guardaroba a destra, in fondo si accedeva alla discoteca attraverso due porte nere come il corridoio, letteralmente in un set teatrale e suggestivo, seguiva la sala mondo circumnavigando il muro curvo (era rotonda) che era collegata al guardaroba da dietro il bancone. Ospitammo il primo Pervert Gold della storia: una serata indimenticabile in ogni senso, direi più dell’esibizionismo plateale, indi per cui era il posto giusto.
Ci lavorammo per dei mesi fino a che non rimasi incinta della mia prima bambina. Ero poco più di una bambina anch’io all’epoca, così acerba nel mondo e così inesperta in qualunque cosa che nemmeno sapevo come avrei fatto, ma ho amato quel cuoricino che batteva nell’ecografia dal primo istante in cui vidi quelle lineette rosse. L’ho amata dalla pancia per nove lunghi mesi, me ne sono fregata di quei 33 chili che mettevo su ovunque e che mi hanno cambiato tutto il corpo, me ne fregavo delle smagliature; tutto ciò che volevo era vedere quel faccino che cresceva dentro di me. Non aveva molta voglia di uscire la mia piccolina (4 kg, tanto piccola non era), per cui venne il giorno che avrei dovuto partorire e l’ostetrica, nonché madre di Alessandro, mi disse che avrei fatto l’indotto il giorno seguente. Nacque il 4 luglio. Faceva un caldo bestiale e io la buttai fuori in poco tempo, ero giovane ed elastica e lei uscì come un tappo dalla bottiglia. Era bella grossa e tonda, rossa come un peperone ed era uscita con le due dita centrali della mano in bocca. L’incubo era già cominciato ma non me ne ero ancora resa conto.
La sua famiglia mi diede parecchio filo da torcere, venivo da una famiglia difficile, da una storia clinica difficile, mi aspettavo comprensione ed invece ho trovato un calvario: quello che sembrava affetto per loro, per me era una lista di compiti che dovevo svolgere affinché suo figlio (che la chiamava 20 volte al giorno) si sentisse come a casa sua, in parole povere dovevo fargli da schiava. Erano istruzioni su istruzioni (utili per carità) ma non ero pronta ad affrontare tutto insieme. Veniva a prendere la bambina al mattino e se la teneva parecchio tempo, eravamo sempre a casa loro o loro a casa mia. Quella bambina non è mai stata mia, me ne sono resa conto col tempo e mi sono arresa alle sue numerose minacce.